19) Bulgakov. La knosis del Dio-uomo.
In questa intensa pagina l'autore ci chiama a contemplare il
mistero d'amore che si compie nella agonia del Figlio di Dio. Si
avverte in questa pagina quanto la riflessione sia nata dal
vissuto esistenziale di un rapporto di amorosa fiducia piuttosto
che da una speculazione di carattere puramente razionale. Ci non
toglie, e anzi se possibile rafforza, l'estrema logicit e
coerenza del ragionamento sviluppato da Bulgakov: alla sofferenza
del Cristo partecipa la Trinit divina. [la dottrina della
divinoumanit, (o teandria, o bogocelovecestvo)  ripresa da
Solov'v; la parola greca knosis equivale a svuotamento,
annientamento; esinazione (dal latino ex- inanitio)  sinonimo
della parola greca kenosis, pi comunemente usata in campo
teologico]
S. N. Bulgakov, L'agnello di Dio (vedi manuale pagina 206).

 La morte appare una disposizione voluta direttamente dal Padre, e
accettata dall'obbedienza del  Figlio. Tale accettazione della
morte, secondo Fil 2, racchiude il pi profondo abisso della
kenosi del Figlio, e insieme l'abisso della sua umanit nella sua
via teandrica. Il minimo dubbio sulla realt della morte di croce,
la pi leggera ombra di docetismo, porta qui al dubbio e alla
negazione circa tutta l'opera dell'Incarnazione. Si deve ammettere
in tutta la sua forza il fatto che il Dio-Uomo ha sofferto e
gustato la morte, non solo nella sua umanit, ma anche nel suo
essere divino-umano. Qui non si pu, contraddicendo il dogma di
Calcedonia, dividere la sua umanit dalla Divinit con l'asserire
che Egli non soffr come Dio, ma solo come uomo, perch allora la
morte sulla croce, come pure la totalit della sua vita, sarebbe
semplicemente una parvenza, a cui la sua Divinit non avrebbe
affatto preso parte. Al contrario, la kenosi consiste proprio in
questo, che il Figlio si  abbassato nella sua Divinit, ed 
divenuto soggetto, ipostasi di una vita divino-umana, vivendo
ipostaticamente tutto ci che era vissuto dalla sua umanit.
Perci la Divinit che gli era propria si era tanto umiliata per
se stessa, si era tanto sprofondata nel proprio abisso, ossia
nella propria potenzialit, da non essere pi di ostacolo alla
morte e non annullarne la possibilit. Essa inconcepibilmente
pativa la morte, certo senza morire, ma anche senza contrapporsi
ad essa. Poich la morte era innaturale per il Nuovo Adamo, in
quanto Egli era senza peccato, era pi spaventosa e tormentosa che
per i figli del vecchio Adamo che muoiono gi lungo tutto il corso
della loro vita mortale, mentre qui avveniva solo per una violenza
contro la vita, per mezzo della crocifissione. Il calice della
morte  bevuto per intero e senza attenuazioni sul Golgota, ma
psichicamente  vissuto nel Getsemani: E cominci ad aver paura e
ad abbattersi, e disse loro: "L'anima mia  triste fino alla
morte" (Mc 14, 34). E' questa l'agonia spirituale, che
corporalmente si comp sulla croce, di una vita di per s
immortale. Occorre essere attenti al fatto che la sua mortale
tortura non fu attenuata e non fu neutralizzata n dalla
profondit della coscienza divina, n dalla vittoria trionfale
testimoniata nelle sue parole di congedo, n dalla forza della sua
unione col Padre n, in una parola, da tutta la sua vita divina.
La kenosi della Divinit, la sua estenuazione che qui arriva quasi
ad estinguerla,  cos profonda, che al Dio-Uomo si spalanca la
voragine della morte, con la tenebra del non essere, con tutta
l'intensit dell'abbandono di Dio. Il baratro vertiginoso del
nulla della creatura si apre nella morte per lo stesso Creatore. E
il grido dalla croce: El, El, lem sabacthani,  il punto
estremo di quella estenuazione della Divinit nell'annientamento
della crocifissione: Egli qui ormai non si rivolge pi al Padre,
perch, avvolto nel buio della morte, anche la coscienza della
filialit divina lo abbandona, ma a Dio il Dio-Uomo rivolge in
nome della creazione il lamento che Lui, il Padre, lo ha
abbandonato, il Padre con cui Egli  uno e che non lo abbandona
mai. Nella morte anche Egli, al pari di ogni uomo, resta solo. In
codesto grido del Dio-Uomo morente, c' tutta l'infinita
profondit della kenosi, di quella divina autoesinanizione che 
pari soltanto all'abisso dell'amore di Dio. E quasi a confermare
che  proprio il Figlio di Dio nella sua Teantropia a varcare la
soglia della morte, il gemito mortale verso Dio si trasforma in
quell'invocazione al Padre che  anche l'epilogo della kenosi:
Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito (Lc 23, 46) con
la parola che tutto conclude: Tutto  compiuto (Gv 19, 30).
Nell'abnegazione della croce si vede chiaramente fino a qual punto
l'abbassamento di Dio si proporziona alla misura umana. La
Divinit si estenua al punto di non contrastare pi con la morte
e, sebbene Essa stessa non muoia, pure quasi con-muore con la
propria umanit morente. Con Essa e in Essa appare morente la sua
stessa ipostasi divina, perch questa  l'ipostasi della sua
umanit inseparabilmente unita alla Divinit. Perci muore il Dio-
Uomo nella sua integrale unit, nella piena complessit della sua
struttura, ma differentemente in ciascuna delle sue essenze: muore
l'umanit e quindi con essa passa al di l della soglia della
morte, verso l'abisso del prima-dell'essere e del non-essere
creaturale, quella sua ipostasi umana che  la divina ipostasi del
Logos. Ma essa trae gi fino all'estrema estenuazione nella morte
anche la propria natura divina. In questo senso la morte si
estende a tutto il Dio-Uomo, non solo alla sua umanit, ma anche
alla sua Divinit, bench differentemente, ed  perci del tutto
impossibile escludere la sua Divinit dalla partecipazione alla
morte.
Lo stesso pensiero va ulteriormente esteso fino a coinvolgere non
solo il Logos, ma anche le altre ipostasi della SS. Trinit. Qui
attirano anzitutto l'attenzione i due gridi prima della morte. Il
primo, sull'abbandono di Dio, significa un certo allontanamento
del Padre dal Figlio col quale il Padre  in inscindibile unit
personale. Adesso il Figlio lo invoca dal fondo della propria
essenza umana. Codesto abbandono del Figlio  un atto del Padre
che esprime la sua accettazione della morte del Figlio e pertanto
anche la sua partecipazione paterna, perch per il Padre
l'abbandonare il Figlio che muore sulla croce , certamente, non
la morte ma una qualche forma di spirituale con-morire nel
sacrificio di amore. E non meno significativo di tale
partecipazione del Padre all'umiliazione del Figlio sulla croce 
l'ultimo grido di Ges, che consegna il suo spirito nelle mani del
Padre. Il Figlio ritorna nel seno del Padre, ma non ancora per
dimorarvi come prima che il mondo fosse, n per sedere alla destra
del Padre come nella gloriosa Ascensione. Il Figlio incarnato,
nella morte si disincarna, per cos dire, forzatamente, e il suo
spirito divino-umano ritorna al Padre e al suo Dio similmente a
come nella morte di un uomo il corpo ritorna alla terra, e lo
spirito ritorna a Dio che lo ha dato (Qo 12, 7). E' questo in
particolare il momento della kenosi del Figlio, a cui in qualche
modo compartecipa anche il Padre. Egli propriamente riceve lo
spirito del Figlio, che ha abbandonato il proprio corpo, in
consegna per i tre giorni che precedono la risurrezione. A Dio
ritornano con la morte gli spiriti di tutti coloro che Egli ha
mandato sulla terra, e quasi nel numero di codesti spiriti il
Padre riceve anche lo spirito del Figlio che ha gustato la morte.
Il consegnarsi del Figlio nelle mani del Padre significa il pi
abissale kenotico nascondimento della Divinit; un mistero divino,
insondabile per l'intelligenza umana,  implicito nell'atto del
Padre che riceve il Figlio nell'umiliazione della morte e lo
custodisce fino alla risurrezione, ma a questo mistero il nostro
pensiero devoto si appressa perch ne  testimone il Vangelo.
S. N. Bulgakov, L'agnello di Dio, Citt Nuova, Roma, 1990, pagine
381-383.
